Post-it #4 Le cantautrici vi fanno il culo

Immagino che se avessi fatto questo discorso una decina di anni fa, dieci barra quindici, avrei sostenuto, con tanto di esempi alla mano, che la "canzone", l'amata Nostra Signora, stava soccombendo palesemente. Cioè dieci barra quindici anni fa, la canzone aveva terminato il suo ciclo, la sua funzione sociale. Parlo dell'Italia. Nel resto del mondo la canzone era viva e vegeta. 

Qui no, qui era moribonda, affetta da una demenza senile galoppante che le stava togliendo anche il gusto di essere, a ragione, nostalgica. Magari calendarizzata in qualche sontuosa celebrazione annuale per ricordare i gloriosi compositori che l'avevano resa grande. 

Pensi sia una visione un tantino apocalittica? Aspetta un attimo. Lo so che in quegli anni c'era un folto gruppo di nuove leve in fermento. Scalpitanti, giovani speleologi freschi di diploma in chiave di SOL, affascinati da cotanta parola-cantata, sguazzavano assetati nella pozzanghera del manierismo. E tutti a far partire la fanfara - aah madò, uuh che bra, ooh that's brilliant -  tutti a scappellarsi per la bella, inedita e salvifica novità. 

Solo che fra sparuti e spariti, la fila dei dimenticabili si allungava.

Ecco, la produzione di canzoni del nuovo millennio, si poteva tranquillamente vestire dell'aggettivo "dimenticabili", trascurabili, mai degna di un confronto nè di una continuità nel tempo, di una carriera lunga a cui, a mio parere, non sembrava nemmeno aspirasse più di tanto. Canzoni quattro-salti-in-padella, precotte e pure premagnate. Tutto già fatto, già detto, già suonato.

A sta benedetta forma di arte minore e minorata, avrebbero dovuto farle un pomposo funerale di stato, salutandola commossi e grati per ciò che ci aveva donato, invece di insistere in questo doloroso accanimento terapeutico. Questa ernia del "disco" , stava procurando pustole di brutte canzoni infette e, quel che è peggio, infestanti.

Le Vecchie divinità, invece di "tenere a bottega" i giovani talentuosi, salvaguardarli, metterli in guardia e non in gabbia, avevano le dita avvinghiate alle poltrone talmente strette da avere le nocche livide e il collo teso. E per di più producevano cose penose, figlie illegittime accostate ai loro vecchi successi.

Verissimo è che un colorito sottobosco rumoreggiava, però rumoreggiava da orifizi nascosti. E speravamo in tanti che sentirsi un po' carbonari avrebbe potuto creare un corto circuito, la vera innovazione. Invece anche là di lato, si componeva con l'anestetico, con figure retoriche e armonie sterili, alla spasmodica ricerca di una Major che avrebbe di colpo lucidato le scarpe. 

Da premettere, non ero certo solo io a ritenere la vecchia Signora in fin di vita: fior di esperti di settore invocavano l'estrema unzione, per poi riversarsi sorridenti sulla passerella del "San" protettore-della-Rai, contribuendo così ad ingrassare la discarica malsonante di musica PER la televisione anziché musica IN televisione: Il Santo, la X, la V, gli Amichetti e tutto il resto dell'indotto, avevano alimentato il diffondersi di un virus, non letale ma infimo, che simpaticamente soprannomineremo "televisite"...ma vediamo il filmato: (parte una voce ward qualsiasi fuoricampo) 

"Dall'avvento dei primi apparecchi audiovisivi in ogni casa, ad oggi con i device in ogni tasca, la scatoletta ha assunto più valore del prodotto, e quindi un prodotto viene giudicato buono, solo se rientra nella forma della scatoletta. Il media, per sua natura, tende a livellare un messaggio, creando uno standard medio. Fuori da quello standard... brusii e pigolii restano inascoltati..."

Molti sociologi e rinomati visagisti ritengono che questo pattume massificato sia la conseguenza della repentina rivoluzione digitale che ci aveva invaso. Nel giro di pochi anni eravamo passati da telefonare in una cabina, ai cellulari, agli smartphone. Cambiò la comunicazione, la nostra postura, la gestualità e le parole. 

La compressione dei file musicali in mp3, l'apertura di piattaforme p2p, prima Napster e poi Emule, hanno indirizzato la discografia verso un regolamento della pirateria selvaggia, cedendo alla gratuità delllo streaming. Diventarono obsoleti i vecchi studi di registrazione con i banchi analogici. Le vendite, il commercio intorno alla musica cambiava forma giorno per giorno. La vecchia discografia, già così polverosa in Italia, non seppe adattarsi, così i dinosauri basiti guardavano il cielo senza vedere il meteorite. Un sistema radicato e ben oliato come quello, minimizzava la moda del momento e non propose, non inventò, non creò nulla di nuovo. 

Per le piccole etichette, forse più avvezze a far quadrare i conti, fu un momento propizio, perché indubbiamente i costi per registrare diminuirono, ma lo straniamento ebbe più effetto sugli artisti emergenti, non supportati e ancora incapaci di essere autonomi o "indipendenti". 

Così è dovuta saltare una generazione prima di poter ascoltare qualcosa che non fosse clone di cose già sentite. 

Se dalle vecchie glorie, un po' di cerone e di mestiere a un certo punto lo tolleri pure, dai nomi nuovi ci si aspettava il taglio del cordone ombelicale, il suono diverso.

Invece tutto era sospeso in un limbo monocorde, in un eterno revival sbiadito come una polaroid con i colori desaturati. 

È non ho detto polaroid a caso, perché in quella slavata abitudine stava crescendo un'estetica, un canone che inconsapevole ha deviato la carovana sulla via dei cipressi, costringendo tutti a fare inversione a U. 

Il 17 maggio 2013 usciva "Alfonso" di Levante e, come spesso succede, le sorti della famiglia vengono risollevate da una donna. Levante mi scosse dal torpore, mi accorsi di stare nel pentolone a lessare con le altre rane. Mi misi in ascolto, tolsi la patina. Diamine se c'era eccome un fermento attivo, idee nuove impastate di suoni nuovi, con esperimenti di una vitalità inedita, di un'eccitante femminilità, una visione centrale e consapevole del mondo, ma col filtro del bel paese. Una rivoluzione direi anche molto politica, eludendo però schieramenti polverosi, una rivoluzione con la chitarra e la gonna. 

C'erano state illustri colleghe in passato, battagliere e straordinarie, ma il culto misogino della discografia, le aveva relegate al margine, alla nicchia, in qualche modo ignorate, dando risalto a interpreti più patinate, più donne col rossetto e un tubino a schizzare fuori le tette. Nel rock, la firma è una cosa da masculi. Eppure Cristina Donà, Carmen Consoli, Ginevra Di Marco, Nada, Marina Rei, Paola Turci, Gianna Nannini, Gerardina Trovato, Giorgia (quando ha messo mano ai testi), Meg, etc.  - aggiungete a piacere, non voglio fare torto a nessuno, questi sono i primi nomi che mi vengono in mente - ci hanno regalato delle intuizioni così profonde, delle canzoni così belle, che oggi, alla luce di questo nuovo movimento di cantautrici, andrebbe seguita una dettagliata rivalutazione della forza creatrice che ha spinto quelle ragazze a sfidare un sistema maschilista autoalimentato. 

Fino a che il sistema si è accartocciato su se stesso, e alla crisi hanno risposto le ragazze... mentre i maschietti probabilmente stanno davanti alla PlayStation. 

E allora andiamo ad ascoltarle queste ragazze che vi stanno facendo il culo, cari amici cantautori, applaudiamole, andiamo a vederle live (cercatele nei cartelloni estivi), innamoriamoci della scrittura canzone che rifiorisce, si evolve, si fa europea mantenendo il veto di non tradire la tradizione ma tradendola. 

Eccole, In ordine sparso, non è una classifica! Anzi se volete citare qualche nome che non conosco, lo andrò ad approndire volentieri. 

Marta Tenaglia

Irene Buselli

Daniela Pes

Cance

Amaranto

Camilla Magli

Asteria

Assurditè

Ginevra Lubrano

Beatrice Quinta

Laila Al Habash

Bluem

Federica Carta

Beatrice Antolini

Petrina

Alos

Mushy

Simona Gretchen

Mimes of Wine

Chiara Civello

Serena Altavilla

Simona Molinari

Rachele Bastreghi

Joan Thiele

Mimosa Campironi

Cara

Any Other

Sara Loreni

Livia Ferri

Sofia Brunetta

Armaud

Orelle

Maria Devigili

Gaia Riva

Ilenia Volpe

Emma Nolde

Olivia XX

Moà

Angelica

Svegliaginevra

Belfiore


Commenti

  1. Suggerisco Olivia XX e Moà che oltre ad essere autrici coi fiocchi sono anche delle splendide interpreti, a mio avviso.

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  2. Angelica Schiatti (ANGELICA in arte, la compagna di Calcutta). E segnalerei anche Ginevra Scognamiglio, SVEGLIAGINEVRA in arte.

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