Post-it #3 La Pensata
La radio della cucina, una radiolina a transistor grande quanto il palmo della manona di papà, è un po' gracchiante, ha solo due manopoloni con un anello in finto alluminio: volume e sintonia, punto. Plastica rossa, non rossa rossa però, quell'arancio-rosso, quel colore che ti riporta agli anni settanta subito, come se tutto fosse di quel colore, virato seppia delle polaroid scolorite.
La radio era sempre accesa e campeggiava tronfia sull'angoliera aperta della credenza della cucina. Fòrmica, l'apoteosi della fòrmica. È il 1979, lo posso giurare anche senza andare a controllare su Wikipedia, i giorni a strascico dell'epifania che-tutte-le-feste-se-le-porta-via... Il mondo è ovattato, arcuato sui lati fuori fuoco dei miei occhialoni, la Befana è un'amica di Babbo Natale e un bimbo più grande mi ha detto che "...è la moglie segreta, ma non va detto... ". Mi arriva il profumo dolciastro del ciambellone appena sfornato di mia madre, poi c'è qualcosa che bolle, c'era sempre qualcosa che bolliva sul fuoco.
Ho otto anni, un paio di occhialoni da miope in finta tartaruga più grandi del mio faccino da sorcio, scarpe correttive pesanti come scarponi da sci, ma di neve a Roma non ce n'è.
Sono seduto appollaiato su una sedia di cucina con le gambe al petto, subito sotto la radiolina gracchiante. Dal parlottare sommesso si staccano le note sincopate di un pianoforte, per quattro volte, il tempo di alzare un po' il volume e concentrarmi per capire se questo "amico" a cui scrive 'sto tizio, è molto lontano o è... morto lontano. Mi fa paura la cosa del "morto" ma il racconto è talmente intimo familiare che l'anno prossimo forse sarà davvero tre-volte-Natale, pensa che bello. Ogni volta che la sento devo fermarmi, immobile, ad ascoltarla, sale e sale e sale fino farmi sentire contento di essere lì in quel momento.
Poi di nuovo il parlottare sommesso, il giornale radio e altre cose da adulti.
Eccole, le aspettavo, una manciata di note veloci alla chitarra ("elettrica" puntualizza mio padre e io ho il timore di prendere la scossa) e dopo quei colpi scuri: "pum" "bam", "pum" "bam, di qualcuno che cammina a passi pesanti, arriva quel suono stridulo, fastidioso, un fischio che cerco di fischiettare ma è difficile, perché è tanto alto. Il cantante dice che è pazzo e che è arrabbiato si capisce, ma ha una voce stramba, acciaccata che mi ispira simpatia, sembra uno di quegli omoni grossi con la voce fina fina, è uno buono di sicuro e poi è... pure diplomato. Parla tagliando tutte le finali delle parole, come Nonno Vincenzo che vive a Salerno. Dice pure una parolaccia alla fine, ma io non la dico sennò mamma mi tira un malrovescio che mi fa fare tre-volte-il-giro-del-palazzo.
La canzone sfuma con quel fischio alto e quell'incedere a passi pesanti, appesantiti ma regolari, si allontana in fretta forse perché c'ha il popolo che l'aspetta.
Resto così appollaiato col mento sulle ginocchia mentre la radio riprende il suo parlottare sommesso, mamma mi guarda di sbieco: "...stai a fa la pensata Danie'?".
Sto pensando si, sto pensando come si fa a scrivere canzoni? e cantarle e suonarle come fanno questi due.
Convertito da Lucio Dalla. Chi l'avrebbe detto? :-)
RispondiElimina