Post-it #2 ...di Roma, di Cortellesi e Silvestri

C'è una cosa che non so spiegare, o almeno proverei a spiegarla solo a chi avesse orecchie per intendere e fra le dette orecchie un po' di materia cerebrale come la mia - aspe'... non che la mia sia migliore di altre, percarità - intendo sensibile, magari pure un po' fregnona, che si emoziona fino alle lacrime quando una sensazione che ritieni privata e intima, esplode e diventa corale. La chiamo "appartenenza", ad un linguaggio, ad una città e più invecchio più sto campanilismo si accentua, è aderenza, è come la carbonara o i supplì. È Roma, nun se po' spiega'. "Fatece largo che passamo noi..."

Non sono tifoso, è un chip che non mi hanno installato prima di gettarmi sulla penisola, quindi non parlo della squadra, ma posso senz'altro paragonare quello che provo alla fede calcistica. È sentirsi parte dello stesso orizzonte, degli stessi tramonti. Perché quel cielo è diverso da altri cieli, quel cielo è madre, è casa... è ragù. 

Paola Cortellesi è Roma, anzi voglio scomoda' pure Anna Magnani tiè, voglio far storcere il naso a qualcuno, è quell'aderenza là, l'amore di Nannarella che taglia le trecce alla figlia in "Bellissima". Dal racconto del cemento di Corviale, alla vita dei palazzoni di tutte le borgate che sgrullano la sabbia di Ostia e Torvajanica dagli asciugamani, a questo ultimo sguardo obliquo in bianco e nero, nelle case di due generazioni fa, Paola Cortellesi è Roma, come lo è stato Proietti. Come è Mastandrea e, il cerchio si stringe e arrivo a cose di cui ho più dimestichezza, come è Daniele Silvestri. 
Silvestri che non ha mai nascosto l'amore incondizionato per la sua città "...in mezzo ai preti, i gladiatori, gli avvocati, i senatori, i tassinari, gli impiegati, le bariste, gli artigiani, i rigattieri, i poliziotti, i cravattari, le puttane e le duemila fontanelle per le strade dove l'acqua scorre sempre e non si ferma, come se l'acqua fosse Roma, come se fosse eterna" (la mia casa); che si dichiara "testardo" e fa cantare - de core - ovunque, l'insulto più controverso dei mille dialetti che abbiamo. Lui che ha fatto di quel cinismo-ironico tipico capitolino, un marchio di fabbrica della sua sterminata produzione, mantenendo sempre uno standard altissimo, aristocratico certo ma popolare. 

Ecco, quando qualcuno critica le mie canzoni: troppo difficili, complesse, troppo altolocate... rispondo che sotto quello standard là non riesco a proprio scrivere niente, non mi diverte né mi emoziona e, se non emoziona prima me, come spero possa catturare gli ossicini di qualche padiglione auricolare? Se non avessi avuto la fortuna di vivere l'esempio e anche, perché no, un po' di sana competizione verso quei ragazzi del Locale a vicolo del fico, forse si sarebbe annichilita presto la vena creativa e chissà oggi vivrei sicuramente meglio, senza ambizioni né ansie, ma... non farei il canzonaio. 

Mo, prima che l'analista mi stenda sul lettino, cercando di contenere il mio autoreferenziale delirio di onnipotenza, ventilando qualche tomo di Freud e citando l'invidia di peni, pani e pinne, anticipo che è la normalità per un artista provare invidia, quando è sfaccettatura di ammirazione e induce a migliorare; ciò che non è sano, sicuramente, è non saper gioire dei successi altrui, pensando tolgano spazio alla propria strada. È non godere di un meritato plauso, sapendo quanto lavoro, inventiva e dubbio c'è dietro. 

Ecco perché non so spiegare l'emozione che provo nel vedere la Cortellesi che canta con Silvestri, pur sapendo che è ovviamente televisione... perché c'è una centrifuga di ingredienti vari e veri: ci sono i sampietrini e l'acqua del Tevere, c'è un bellissimo, nuovo, inedito, corroborante fermento rivoluzionario poggiato su pile di libri e pizze cinematografiche, c'è un orgoglio di parole-cantate che arrivano al petto, alla pancia e alla mente, c'è la diffusione di cultura, di bellezza, c'è non esitare di osare anche inimicandosi qualcuno. C'è tutto quello che ricerco, il motivo per cui continuo a scrivere canzoni e postille sui margini del taccuino. 

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